Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 6 giugno dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi qui con noi! Abbiamo studiato insieme un estratto dal romanzo autobiografico “Cronaca familiare” (1947) di Vasco Pratolini (riportato al termine di questa pagina). I partecipanti hanno parlato del danno come elemento inevitabile della vita, e del bisogno di riconoscere e superare quel danno, se possibile, per affrontare la vita che c’è davanti. Hanno considerato il danno provocato dalla malattia, che entrambi i protagonisti (i due fratelli, Vasco e Ferruccio) hanno vissuto, e il danno della seconda guerra mondiale che li circondava. Sono rimasti colpiti dalla frase “Io pedalavo e tu mi guidavi”, che richiama la reciprocità nella relazione tra i due fratelli, la dipendenza dell’uno dall’altro, la fiducia e l’amore familiare l’uno per l’altro. Qualche partecipante ha commentato come i due fratelli siano diventati un insieme talmente affiatato “da percorrere allo stesso modo, con le stesse forze e con gli stessi obiettivi la stessa strada”. Altri partecipanti hanno fatto notare come la fratellanza rappresentasse in sé una relazione di cura per i protagonisti. 

In seguito, abbiamo usato il prompt “Descrivi l’entrare in un nuovo mondo”. I partecipanti hanno sottolineato come i commenti e gli interventi di tutti dessero una “vita vera” al testo e come, attraverso l’ascolto degli scritti e dei commenti degli altri, si acquisti una nuova lettura delle relazioni. Alcuni partecipanti hanno scritto sulla vicinanza che si desidera ritrovare in questa nuova realtà a cui siamo confrontati, la consapevolezza del mondo attorno, la speranza e la presenza dell’io, di un io che si presenta qui, alla soglia di un nuovo mondo. 

Invitiamo i partecipanti del laboratorio a condividere i propri scritti nella parte “blog” dedicata alla fine di questa pagina (“Leave a Reply”).


“Cronaca familiare” (1947)

Vasco Pratolini

BUR Biblioteca Univerzale Rizzoli 

A Roma, una sera sulla fine del 1944, fui chiamato al telefono. Udii la tua voce nell’orecchio. <<Sono appena arrivato. Mi trovo in piazza Risorgimento.>>

  <<Come stai?>>

  <<Così e così. Ma sono in grado di camminare; non preoccuparti. Ti aspetto nel bar.>>

  Non ci vedevamo dal settembre dell’anno prima; ero stato costretto a partire precipitosamente, senza nemmeno salutarti. Ti avevo lasciato gravemente ammalato, infermo tu ora, e per diversi mesi ero rimasto senza tue notizie. Dopo la liberazione di Firenze, una tua lettera mi diceva che avevi trascorso quell’anno quasi sempre in ospedale.

  Inforcai la bicicletta per raggiungerti. Era già sera e le strade erano buie ed affollate, ma l’aria era ancora tiepida e il vento che mi batteva sul volto mi rallegrava. È l’ultima ora di contentezza che ricordo, non troverò mai più la felice disposizione di spirito che allietò quella sera. Ci si può assuefare alle persecuzioni, alle fucilazioni, alle stragi; l’uomo è come un albero e in ogni suo inverno levita la primavera che reca nuove foglie e nuovo vigore. Il cuore dell’uomo è un meccanismo di precisione, completo di poche leve essenziali che resistono al freddo, alla fame, all’ingiustizia, alle sevizie, al tradimento, ma che il destino può vulnerare come il fanciullo l’ala della farfalla. Il cuore ne esce con il battito stanco; da quel momento l’uomo diventerà forse più buono, forse più forte, e forse anche più deciso o cosciente nella sua opera, ma non troverà più nel suo spirito quella pienezza di vita e di umori in cui ogni volta egli sfiora la felicità. Era, quella sera, il 18 dicembre 1944.

  Il bar era deserto. Sedevi a un tavolo dietro la vetrata; in un angolo stavano abbracciati un soldato straniero e una ragazza. Ti alzasti quando io entrai. Eri altro, diafano, la barba  bionda, lunga di due giorni ti ombrava il volto come una luce appena diffusa. Il tuo sguardo era dolce, incerto, quasi velato. <<Fatti vedere>> ti dissi, e fissai i tuoi occhi ch’erano, come in ogni innocente, il tuo specchio. V’era, in essi, il segno di una dura lotta, e nell’intensità della loro acquamarina, una irreducibilità più forte del male.

  Non c’erano tram né auto per cui salisti sulla canna della bicicletta; bilanciavamo la valigia sul manubrio, lentamente entrammo in città. Tutto, adesso, può diventare un simbolo. Alto com’eri, mi proibivi l’orizzonte; io pedalavo e tu mi guidavi. Pedalavo piano, appena da mantenere l’equilibrio, per evitarti le scosse. A ruota libera infilammo via Tomacelli ove il traffico divenne più intenso, ti divertivi a scampanellare, a dare sulla voce ai passanti; mi chiedevi il nome delle strade, le notizie dell’anno trascorso, dicevi: <<Mi sembra di entrare in un nuovo mondo>>. E poi: <<Speriamo che Roma mi porti fortuna>>.

  Ci coricammo nello stesso letto, come tanti anni prima. Parlammo fino all’alba. Tu dicesti:

  <<Ti ricordi? Dieci anni fa eri tu il malato e io il sano>>.

  <<Anche tu guarirai>> ti risposi.

  <<Quante cose sono successe in questi dieci anni!>>

  Eravamo in letto, la camera dava sul cortile; si udiva scalpicciare dal piano di sopra e ogni tanto, di lontano, proveniva l’eco di uno sparo. Ti voltasti verso di me, sul fianco, dicesti: <<Siamo cambiati molto in questi dieci anni. Io in specie, ma anche tu>>. Ti sporgesti sul mio viso e mi baciasti.

Ricordammo i dieci anni durante i quali avevamo imparato a volerci bene.  

5 thoughts on “Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 6 giugno dalle 16 alle 17.30

  1. MARISA DEL BEN

    Descrivi l’entrare in un nuovo mondo.
    Ci siamo entrati di colpo e ne siamo rimasti colpiti in faccia, come da uno schiaffo improvviso, inaspettato, immeritato. Qualcuno ci aveva raccontato di esso, ma noi poco lo avevamo ascoltato ed ora? Era lì davanti a noi in tutto il suo orrore. Ci simo guardati, inerti, inermi, nudi, allo scoperto. Ci siamo visti fragili, impotenti; senza vie di fuga se non quella dell’attesa immobile. La speranza ci ha aiutato. La comunità ci ha fatto capire che quel mondo nuovo aveva qualche possibilità. Quel nuovo mondo, però, non sarebbe mai stato uno specchio del precedente.

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  2. Sabina

    È paura la mia, accanto a l’ingenua curiosità. Sono fiduciosa che il nuovo Mondo, rispetto al “vecchio MONDO”, non avrà l’ignoranza. L’unico male, diceva Socrate, era quello dell’ignoranza… quello dell ‘ignorare. Questo non essere consapevoli che il Nuovo Mondo si possa e si può costruire a partire da ogni piccolo gesto. Semplice piccolo gesto, di aprire una finestra e stare ad osservare le rondini, sprofondare nel verde e nell’ abbaiodi un cane… ora fai silenzio… per entrare usa punta di piedi delicati… il Nuovo è ancora possibile se riconoscendoti non dimentico di stupirmi…
    Grazie sempre.

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  3. Non era che un naufragio, in fondo, e piuttosto che non perdere Tempo, ora potevo spendere il mio Tempo a rinascere e a riconoscere il mondo nuovo. Che non era solo nel riconoscibile mare, e nella distesa del cielo, ma nei volti nuovi di chi mi aveva raccolto.
    Per quanto i loro occhi fossero simili ai miei, erano gli sguardi, sconosciuti, il modo grazioso di tendere le mani, il silenzioso porgere del cibo. Il loro sonno era straniero, o lontano sideralmente nella mia memoria. Era il sonno di chi è appena nato. E questo era il mio compito. Assumere quella forma. Tornare al principio.

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  4. Guardarsi intorno, stupiti dal non poter sapere, dalle proprie improvvise insicurezze. Cercare dei riferimenti a ciò che abbiamo dentro, pensare di poter muovere i primi passi, iniziare a capire che ciò che è nuovo fuori, può essere altro che abbiamo dentro. Come l’aria, l’ossigeno che portiamo in noi con ogni respiro. Iniziare ad avere fiducia, e guardare ciò che ora non fa più tanta paura, ma stimola, è sempre più nostro, ci coinvolge, fa parte di noi e noi cominciamo a viverci. Nel nuovo mondo.

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  5. michela

    ciò che è nuovo fuori può essere altro che abbiamo dentro marco….è una prospettiva bellissima rende tutto meno ignoto e offre la strada ad un senso.Forse noi ci muoviamo in una direzione fuori consapevole del nostro dentro, non credo sia la coerenza o la determinazione e forse nemmeno il destino. E’ una strada costruita nel tempo con bivi e incontri non prevedibili che ci trovano per come siamo e con i nostri strumenti noi scegliamo o affrontiamo. Non è facile soprattutto quando un evento nuovo ci colpisce e non troviamo una risposta nel nostro bagaglio di esperienza, penso che sia qui che avviene quello scambio fuori dentro-dentro fuori , una capacità di ammettere dentro noi qualcosa che non ci appartiene ma inevitabilmente ci cambia. E’ resilienza dapprima ma è anche possibilità. Se non ci ammettiamo mutabili, costruibili e ricostruibili, quel fuori resterà sempre un avversario e noi estranei ad esso e alla nostra nuova condizione. Sento il desiderio di un respiro profondo scrivendo questo mio istintivo pensiero,e nel desiderio di ascoltare di più il corpo, mi sembra di filtrare con l’aria anima e pensieri cosìa poco poco inalo anche ciò che sta fuori… , a poco a poco espiro e sono già cambiata. Qualcosa di mio è fuori, qualcosa di fuori è dentro e ora ci riconosceremo di più.

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