Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 8 Maggio dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi qui con noi!

Abbiamo analizzato insieme il quadro Paris par la fenêtre di Marc Chagall (1913), seguito dalla poesia Non basta aprire la finestra di Fernando Pessoa (entrambi allegati al termine di questa pagina). 

In seguito, abbiamo usato il prompt “Dalla mia finestra. . .”.

Condivideremo ulteriori dettagli della sessione nei prossimi giorni; vi invitiamo a rivisitare questa pagina in modo da continuare la nostra conversazione qui!

Invitiamo i partecipanti del laboratorio a condividere i propri scritti nella parte “blog” dedicata alla fine della presente pagina (“Leave a Reply”). Speriamo di creare, attraverso questo forum di condivisione, uno spazio in cui continuare la nostra conversazione! Stiamo raccogliendo impressioni e breve feedback sui nostri laboratori di medicina narrativa su Zoom!

Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi!


Paris par la fenêtre di Marc Chagall (1913)
Non basta aprire la finestra di Fernando Pessoa

Non basta aprire la finestra
per vedere la campagna e il fiume.
Non basta non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori.
Bisogna anche non aver nessuna filosofia.
Con la filosofia non vi sono alberi:
vi sono solo idee.
Vi è soltanto ognuno di noi,
simile ad una spelonca.
C’è solo una finestra chiusa
e tutto il mondo fuori;
e un sogno di ciò che potrebbe esser visto
se la finestra si aprisse,
che mai è quello che si vede
quando la finestra si apre.

Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 10 Aprile dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi qui con noi!

Abbiamo letto insieme la poesia “Dopo Marx, Aprile” di Giuseppe Conte (allegato al termine di questa pagina)  

In seguito, abbiamo usato il prompt “Scrivi sulla rinascita delle cose”.

Condivideremo ulteriori dettagli della sessione nei prossimi giorni; vi invitiamo a rivisitare questa pagina nei prossimi giorni!

Invitiamo i partecipanti del laboratorio a condividere i propri scritti nella parte “blog” dedicata alla fine della presente pagina (“Leave a Reply”). Speriamo di creare, attraverso questo forum di condivisione, uno spazio in cui continuare la nostra conversazione!

Stiamo raccogliendo impressioni e breve feedback sui nostri laboratori di medicina narrativa su Zoom!

Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi!



Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 6 Marzo dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi qui con noi!

Abbiamo studiato la foto “Francoise e Joaquim all’isola di Stromboli” (1987) di Bernard Plossu (allegato al termine di questa pagina)  

In seguito, abbiamo proposto due prompt: “Descrivi un momento in cui hai messo a fuoco qualcosa…” e “Descrivi un momento in cui qualcosa ti è apparso sfuocato…”.

Condivideremo ulteriori dettagli della sessione nei prossimi giorni; vi invitiamo a rivisitare questa pagina nei prossimi giorni!

Invitiamo i partecipanti del laboratorio a condividere i propri scritti nella parte “blog” dedicata alla fine della presente pagina (“Leave a Reply”). Speriamo di creare, attraverso questo forum di condivisione, uno spazio in cui continuare la nostra conversazione!

Stiamo raccogliendo impressioni e breve feedback sui nostri laboratori di medicina narrativa su Zoom!

Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi!


“Francoise e Joaquim all’isola di Stromboli” (1987) di Bernard Plossu


Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 6 febbraio dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi qui con noi!

Abbiamo letto insieme la poesia “Io è tanti” di Chandra Livia Candiani (allegato al termine di questa pagina)  

In seguito, abbiamo usato il prompt “Io è…”.

Condivideremo ulteriori dettagli della sessione nei prossimi giorni; vi invitiamo a rivisitare questa pagina nei prossimi giorni!

Invitiamo i partecipanti del laboratorio a condividere i propri scritti nella parte “blog” dedicata alla fine della presente pagina (“Leave a Reply”). Speriamo di creare, attraverso questo forum di condivisione, uno spazio in cui continuare la nostra conversazione!

Stiamo raccogliendo impressioni e breve feedback sui nostri laboratori di medicina narrativa su Zoom!

Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi!


 “Io è tanti” di Chandra Livia Candiani

 Io è tanti
 e c’è chi crolla
 e chi veglia
 chi innaffia i fiori
 e chi beve troppo
 chi dà sepoltura
 e chi ruggisce.
 C’è un bambino estirpato
 e una danzatrice infaticabile
 c’è massacro
 e ci sono ossa
 che tornano luce.
 Qualcuno spezzetta immagini
 in un mortaio,
 una sarta cuce
 un petto nuovo
 ampio
 che accolga la notte,
 il piombo.

 Ci sono parole ossute
 e una via del senso
 e una deriva,
 c’è un postino sotto gli alberi,
 riposa
 e c’è la ragione che conta
 i respiri
 e non bastano
 a fare tempio.

 C’è il macellaio
 e c’è un bambino disossato
 c’è il coglitore
 di belle nuvole
 e lo scolaro
 che nomina e non tocca,
 c’è il dormiente
 e l’insonne che lo sveglia
 a scossoni
 con furore
 di belva giovane
 affamata di sembianze.

 Ci sono tutti i tu
 amati e quelli spintonati via
 ci sono i noi cuciti
 di lacrime e di labbra
 riconoscenti. Ci sono
 inchini a braccia spalancate
 e maledizioni bestemmiate
 in faccia al mondo.
 Ci sono tutti, tutti quanti,
 non in fila, e nemmeno
 in cerchio,
 ma mescolati come farina e acqua
 nel gesto caldo
 che fa il pane:
 io è un abbraccio. 

Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 5 dicembre dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuti con noi!

Abbiamo esaminato insieme la poesia “La cortesia dei non vedenti” di Wislawa Szymborska, che trovate alla fine della pagina. 

Poi, abbiamo scritto ispirati dallo stimolo: “Ormai potevo solo andare avanti…”.

Al più presto, condivideremo ulteriori dettagli della sessione. Vi invitiamo a visitare di nuovo questa pagina nei prossimi giorni.

Se avete partecipato al laboratorio, potete condividere i vostri scritti alla fine della pagina (“Leave a Reply”). Attraverso questo forum speriamo di creare uno spazio per continuare la nostra conversazione! 

Stiamo raccogliendo impressioni e breve feedback sui nostri laboratori di medicina narrativa su Zoom!

Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi!


 La cortesia dei non vedenti – Wislawa Szymborska
  
 Il poeta legge le poesie ai non vedenti.
 Non pensava fosse così difficile.
 Gli trema la voce.
 Gli tremano le mani.

 Sente che ogni frase
 è qui messa alla prova dell’oscurità.
 Dovrà cavarsela da sola,
 senza luci e colori.

 Un’avventura rischiosa
 per le stelle dei suoi versi,
 e l’aurora, l’arcobaleno, le nuvole, i neon, la luna,
 per il pesce finora così argenteo sotto il pelo dell’acqua,
 e per lo sparviero, così alto e silenzioso nel cielo.

 Legge – perché ormai è troppo tardi per non farlo-
 del ragazzo con la giubba gialla in un prato verde,
 dei tetti rossi, che puoi contare, nella valle,
 dei numeri mobili sulle maglie dei giocatori
 e della sconosciuta nuda sulla porta schiusa.

 Vorrebbe tacere – benché sia impossibile-
 di tutti quei santi sulla volta della cattedrale,
 di quel gesto d’addio al finestrino del treno,
 di quella lente del microscopio e del guizzo di luce dell’anello
 e degli schermi e degli specchi e dell’album dei ritratti.

 Ma grande è la cortesia dei non vedenti,
 grande la comprensione e la generosità.
 Ascoltano, sorridono e applaudono.

 Uno di loro persino si avvicina
 con il libro aperto alla rovescia,
 chiedendo un autografo che non vedrà. 

Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 7 novembre dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuto con noi!

Per prima cosa abbiamo osservato insieme, con cura, La condizione umana di René Magritte, nella versione del 1933. Abbiamo riflettuto sulla presenza del quadro nel quadro, con il fianco chiaro della tela a segnare, idealmente, un limite tra la rappresentazione della realtà e la realtà rappresentata, un confine visibile. Ci siamo interrogati su questa dinamica e su questa dialettica, senza negare la possibilità che, oltre la bellezza della scena, potesse nascondersi qualcosa di terribile o misterioso. Siamo arrivati a chiederci che cosa avremmo scoperto se avessimo avuto la possibilità di scivolare nella Condizione umana e, come in un gioco di specchi, spostare la tela, per guardare, oltre il quadro, nel riquadro della finestra. Sempre che di una finestra si trattasse, e non di un trompe-l’oeil, come è stato suggerito nella nostra chat… 

All’insegna della scoperta, abbiamo guardato per due volte, con attenzione, un minuto e mezzo da La grande bellezza, il film di Paolo Sorrentino del 2013. In particolare, ci siamo concentrati sulla scena in cui l’attore Toni Servillo, che interpreta Jep Gambardella, racconta fuori campo:

«La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni, è che non posso più perdere tempo a fare le cose che non mi va di fare. Quando sono arrivato a Roma, a ventisei anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che si potrebbe definire “il vortice della mondanità”. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani, e ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire». 

Le prime sette parole di questo monologo fuori campo sono servite da stimolo per l’esercizio di scrittura, che aveva, per l’appunto, come titolo: «La più consistente scoperta che ho fatto». 

Con la stessa concisione di La grande bellezza, con lo stesso passo filosofico ma anche con un pizzico di ironia, non senza metafore visive e artistiche, abbiamo condiviso alcuni testi sulle più consistenti scoperte che abbiamo fatto. 

Abbiamo concluso tirando le fila sull’esperienza della Medicina narrativa, alla luce della «scoperta», per l’appunto, che ne ha fatto una nuova partecipante, e ci siamo dati appuntamenti al prossimo laboratorio, che si svolgerà il primo sabato di dicembre.  

Chiunque abbia partecipato, può condividere il proprio scritto alla fine della pagina (“Leave a Reply”). Attraverso questo forum speriamo di creare uno spazio per continuare la nostra conversazione!

Stiamo raccogliendo impressioni e breve feedback sui nostri laboratori di medicina narrativa su Zoom!

Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi! 


“La condition humaine” (La condizione umana), René Magritte (1933)

“La grande belleza,” Paolo Sorrentino (2013)


Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 3 ottobre dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuti con noi!

Abbiamo letto insieme estratti da Questa libertà di Pierluigi Cappello, che trovate alla fine. 

Poi, abbiamo scritto ispirati dallo stimolo: “Descrivi la muraglia che ti accompagna”.

Al più presto, condivideremo un breve riassunto della sessione. Vi invitiamo a visitare di nuovo questa pagina nei prossimi giorni.

Se avete partecipato al laboratorio, potete condividere i vostri scritti alla fine della pagina (“Leave a Reply”). Attraverso questo forum speriamo di creare uno spazio per continuare la nostra conversazione!

Stiamo raccogliendo impressioni e breve feedback sui nostri laboratori di medicina narrativa su Zoom!

Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi! 


(Pierluigi Cappello, Questa libertà, 2013)

Si era affacciato il sole dopo che durante la mattinata era piovuto, ora tutto accecava nel riflesso della luce sulle cose ancora bagnate. Tra un lembo di nuvola e l’altro si apriva un azzurro che pareva appena battuto dal conio della creazione. In basso c’era una strada con un paio di utilitarie parcheggiate all’ombra di un muro che si levava altissimo, superava il mio sguardo. In cima graffiavano l’aria, con i loro segni neri, dei ferri ritorti in mezzo ai quali, battuti dal sole, dei cocci di bottiglia brillavano come diamanti nell’azzurro immacolato di quel pezzo di cielo.

Sentire con triste meraviglia / come tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. I quattro versi non uscirono zampillanti, lucidi e di un colpo solo, così come li riporto adesso sulla pagina: affiorarono un poco per volta. Dalla nebbia, come il profilo di un’isola misteriosa.  Solo l’ultimo risalì la memoria tutto intero, il resto si agganciò a parole forti come “meraviglia”, “travaglio”, “seguitare”, finché la catena di suoni si ricompose, proveniente da chissà quale pomeriggio trascorso in sala studio quando ero in collegio.

Così il muro, che seppi poi cingere un magazzino dei Monopoli di Stato, fece irruzione nella poesia di Montale, dando concretezza a quei versi che, a loro volta, ne illuminavano la superficie bruta in cemento armato, i ferri dentro la pancia del cielo, i cocci di bottiglia battuti dalla luce. E l’impressione che quelle parole fossero state scritte proprio per me, rompendo la solitudine di quel preciso momento in cui venni tentato dall’appoggiare la fronte sul vetro, diventò il sangue e l’ossigeno che attraversavano la mia carne, lasciandomi l’idea che, in qualche caso, il dolore può essere compreso. Che il dolore può essere portato dentro intatto e inoffensivo, come un proiettile che si è fermato accanto al cuore e che nessun chirurgo è stato capace di estrarre. Tutto qui, se hai la fortuna che le parole ti vengano incontro e che, nella comprensione, sciolgano il nodo del male in una forma di desolata serenità che ti accompagna per il resto della vita. (…)

Da quel giorno la muraglia venne con me fino al momento delle dimissioni, mi seguì mentre andavo in palestra, dove l’obiettivo non era più di limare di un decimo di secondo il mio tempo sui cento metri, ma fare male le cose che prima facevo con naturalezza: stava accanto a me quando andavo al bar dell’ospedale; era lì nel momento in cui i miei genitori capirono che non ci sarebbero stati né stampelle né bastoni a sorreggermi. Mi accompagnò ogni giorno di quei giorni e di quei mesi, la muraglia, mettendomi dentro la consapevolezza che ognuno di noi porta in sé un limite che è anche una soglia. Delle colonne d’Ercole che rappresentano l’invito a essere superate.

Sono entrato in pronto soccorso la sera del dieci settembre 1983. Sono uscito dall’istituto di riabilitazione nella mattinata del sedici marzo del 1985. Sono date che si possono scrivere anche così: 10/09/1983 – 16/03/1985, con il trattino in mezzo. E benché inizio e fine abbiano importanza, è quel trattino teso fra loro come una fune che riempie di senso l’una e l’altra e, illuminando, avvicina le due sponde. Come un funambolo, quella fune mi sono impegnato a percorrerla tutta, cercando di rimanere in equilibrio tra soprassalti e incertezze e, soprattutto, evitando di farmi sbilanciare dalla paura di un baratro spalancato sotto i miei piedi. (…) Dentro quel trattino fra due date posso metterci poche certezze. (…) Ma ciò che è rimasto in piedi e che ha rappresentato la linea continua tra la vita di prima e la vita di dopo, è stata la letteratura. Anzi, la passione si è liberata dal peso delle regole del branco. Ridotta a una vita clandestina durante gli anni di collegio e di studio, ora bruciava più che mai. Mostrava i segni del suo divampare nell’affollato strepito di libri e riviste che ormai ingombrava per intero il lungo davanzale della finestra e della mia parte di armadietto. Non mi accontentavo più di utilizzare i libri come un mezzo di trasporto per andare via lontano, ora volevo catturarne e trattenerne la polpa via (…)

Il sedici marzo del 1985 avevo paura. Custodito dal ventre tiepido dell’ospedale, avrei voluto rimanere lì, nella mia camera, a fare il monaco amanuense. Mi sarei accontentato di poco, qualche libro, qualche quaderno, una biro. Sarei stato un prigioniero intorpidito e felice. Mentre aspettavo mio padre, guardai il lungo davanzale vuoto, il letto ancora sfatto che era stato la mia isola di Circe. Le sue pieghe, nascondendomelo, mi avevano nascosto al mondo. All’arrivo di mio padre ero sul punto di piangere. (…)

Quando Cortez sbarcò sulle coste del Messico, fece bruciare le navi. Con quel gesto intendeva spingere dentro la polpa di un mondo sconosciuto il coraggio dei suoi archibugieri. Innervato dalla disperazione, quel coraggio sarebbe diventato ferocia e quella ferocia avrebbe abbattuto un impero. Nel momento in cui mio padre prese la borsa da viaggio, io, senza la ferocia di Cortez, con una spinta decisa alla carrozzina, lasciai bruciare le mie caravelle alle spalle. Davanti la porta automatica si spalancò su un continente ignoto.


Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 5 settembre dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuti con noi!

Abbiamo letto insieme la poesia I pastori di Gabriele D’Annunzio, il cui testo trovate alla fine. In molti hanno osservato come, all’inizio di Settembre, ognuno di noi si trova in un momento di transizione, all’inizio di un viaggio – per alcuni il viaggio è verso l’autunno, per altri verso l’inizio di un nuovo anno scolastico diverso, per altri ritorno al lavoro in tempi di incertezza e cambiamenti. L’immagine della della transumanza ha accompagnato il nostro close reading, immaginando i pastori abruzzesi che lasciano i pascoli montani e si spostano verso il sud per trovare un inverno più mite. Nel parlare del “rito antico” che ci ricorda di tempi passati, abbiamo riflettuto su cosa ci portiamo con noi in ogni nuovo viaggio. In questo caso, i pastori hanno con sé quasi niente, ma almeno “hanno bevuto profondamente ai fonti”. I nostri partecipanti hanno notato come settembre è un periodo di grande cambiamento dell’anno, il passaggio dall’estate all’autunno, durante il quale risuona la nostalgia per la natura e la malinconia della fine delle vacanze. Alcuni partecipanti hanno proposto la domanda, “chi sono i pastori di oggi?”, e hanno parlato di come i pastori di oggi sono i migranti, sia im-migrati ed e-migrati, che si spostano da una terra verso all’altra alla ricerca di lavoro, vita e pace. Un partecipante ha notato come il migrare non è soltanto un tempo per i migranti: tutti noi abbiamo “un tempo di migrazione”. E per di più, la migrazione non è soltanto un spostamento fisico, ma può essere anche una trasformazione metafisica, in cui si confronta con quello che si ha davanti per poi comprendere che cosa si vuole lasciare andare e a che cosa si vuole tornare. Nel leggere il testo di oggi abbiamo anche riflettuto sul modo in cui esperienze e conoscenze passate colorano letture presenti. Invece di metterle abbiamo deciso di onorare e riconoscere le nostre emozioni (“nelle professioni d’aiuto questo andrebbe valorizzato di più”, ha osservato un partecipante. “Ci viene spesso chiesto di sospendere il personale”, anche quando inevitabilmente ci portiamo ricordi ed esperienze passate in ogni nuovo incontro con ogni paziente).

Poi abbiamo scritto ispirati dallo stimolo: “Settembre, andiamo…(continua tu)”. I nostri partecipanti hanno introdotto nuove varianti ispirate dalla poesia: nuovi ritmi, ripetizioni, uso di imperativi e domande nei loro scritti. Hanno evidenziato i contrasti tra il mettersi in viaggio o restare fermi, tra lo spostamento o la staticità. Un partecipante ha descritto la tenerezza del vento di settembre, delle nuvole morbide, della “natura che ci accompagna e che ci solleva”. Altri hanno parlato dell’energia spirituale che viene ogni anno con il mese di settembre, e dei sensi che usiamo per vivere e sperimentare i cambiamenti dell’autunno: “il sole che scalda ma non brucia”, la dolcezza dell’aria, i colori vivaci delle foglie. Nell’ascoltare i testi composti dagli altri partecipanti, abbiamo meditato anche sulla consapevolezza del momento presente e sulla bellezza del linguaggio. È state una sessione molto ricca di riflessioni e parole, di gratitudine per le opportunità di “so-stare” consapevolmente e di “andare senza dimenticare” .

Se avete partecipato al laboratorio, potete condividere i vostri scritti alla fine della pagina (“Leave a Reply”). Attraverso questo forum speriamo di creare uno spazio per continuare la nostra conversazione!

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Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi! 


I Pastori - Gabriele D’Annunzio
Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all'Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d'acqua natia
rimanga ne' cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d'avellano.
E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!
Ora lungh'esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutamento è l'aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.
Ah perché non son io cò miei pastori?

Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 1 agosto dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuti con noi!

Abbiamo esaminato insieme la fotografia “«MiRelLa»” di Fausto Podavini, che trovate alla fine della pagina. 

 Poi, abbiamo scritto al prompt: Specchio, specchio delle mie brame…”(continua tu)

Al più presto, condivideremo ulteriori dettagli della sessione. Vi invitiamo a visitare di nuovo questa pagina nei prossimi giorni.

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Fausto Podavini, «MiRelLa», Roma, 2008-2012, in “rivista per le Medical Humanities”, gennaio-aprile 2015, n. 30, anno 9. p. 2, http://www.rivista-rmh.ch


Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 25 luglio dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuti con noi!

Abbiamo letto insieme la poesia “Monet rifiuta l’operazione” di Lisel Mueller, che trovate alla fine della pagina. Abbiamo analizzato anche i quadri di Monet della Cattedrale Rouen. Poi, abbiamo scritto al prompt: “Dipingi un mondo in flusso”.

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Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi! 


Monet Rifiuta L’Operazione - Lisel Mueller
Dottore, lei dice che non ci sono aloni
intorno ai lampioni di Parigi
e quel che vedo è un’aberrazione
causata dalla tarda età, una malattia.
Le dico che mi ci è voluta tutta la vita
per arrivare a vedere i lampioni come angeli,
per ammorbidire e sfuocare e infine eliminare
i contorni che a lei dispiace che io non scorga,
per imparare che la linea che chiamavo orizzonte
e il cielo e l’acqua,
cosi divisi, sono della stessa sostanza.
54 anni fa io potevo vedere
che la cattedrale di Rouen è stata costruita
con raggi paralleli
e ora lei vuole correggere
i miei errori giovanili: nozioni
rigide di alto e basso,
l’illusione di uno spazio tridimensionale,
il ponte separato dal glicine che lo ricopre.
Cosa posso dire per convincerla
che il palazzo del Parlamento si dissolve
notte dopo notte fino a diventare
il sogno fluido del Tamigi?
Non tornerò in un universo
di oggetti che non si compenetrano tra loro
come se le isole non fossero i bambini perduti
di un unico grande continente. Il mondo
è flusso, e tutto diventa luce,
diventa acqua, gigli sull’acqua,
sopra e sotto l’acqua,
diventa  luci color lilla, malva e giallo
bianco e azzurro,
piccoli pugni che si passano l’uno all’altro la luce del sole
così velocemente
che ci vorrebbero sete lunghe e fluenti
nel mio pennello per catturarle.
Dipingere la velocità della luce.
Le nostre sagome appesantite, linee verticali,
si incendiano mescolandosi con l’aria
fino a trasformare in gas le nostre ossa, la nostra pelle, gli abiti.
Dottore
se solo lei potesse vedere
come il cielo attira la terra tra le sue braccia
e come il cuore si espande all’infinito
per rendere questo mondo vapore blu senza fine.