Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 5 dicembre dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuti con noi!

Abbiamo esaminato insieme la poesia “La cortesia dei non vedenti” di Wislawa Szymborska, che trovate alla fine della pagina. 

Poi, abbiamo scritto ispirati dallo stimolo: “Ormai potevo solo andare avanti…”.

Al più presto, condivideremo ulteriori dettagli della sessione. Vi invitiamo a visitare di nuovo questa pagina nei prossimi giorni.

Se avete partecipato al laboratorio, potete condividere i vostri scritti alla fine della pagina (“Leave a Reply”). Attraverso questo forum speriamo di creare uno spazio per continuare la nostra conversazione! 

Stiamo raccogliendo impressioni e breve feedback sui nostri laboratori di medicina narrativa su Zoom!

Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi!


 La cortesia dei non vedenti – Wislawa Szymborska
  
 Il poeta legge le poesie ai non vedenti.
 Non pensava fosse così difficile.
 Gli trema la voce.
 Gli tremano le mani.

 Sente che ogni frase
 è qui messa alla prova dell’oscurità.
 Dovrà cavarsela da sola,
 senza luci e colori.

 Un’avventura rischiosa
 per le stelle dei suoi versi,
 e l’aurora, l’arcobaleno, le nuvole, i neon, la luna,
 per il pesce finora così argenteo sotto il pelo dell’acqua,
 e per lo sparviero, così alto e silenzioso nel cielo.

 Legge – perché ormai è troppo tardi per non farlo-
 del ragazzo con la giubba gialla in un prato verde,
 dei tetti rossi, che puoi contare, nella valle,
 dei numeri mobili sulle maglie dei giocatori
 e della sconosciuta nuda sulla porta schiusa.

 Vorrebbe tacere – benché sia impossibile-
 di tutti quei santi sulla volta della cattedrale,
 di quel gesto d’addio al finestrino del treno,
 di quella lente del microscopio e del guizzo di luce dell’anello
 e degli schermi e degli specchi e dell’album dei ritratti.

 Ma grande è la cortesia dei non vedenti,
 grande la comprensione e la generosità.
 Ascoltano, sorridono e applaudono.

 Uno di loro persino si avvicina
 con il libro aperto alla rovescia,
 chiedendo un autografo che non vedrà. 

Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 7 novembre dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuto con noi!

Per prima cosa abbiamo osservato insieme, con cura, La condizione umana di René Magritte, nella versione del 1933. Abbiamo riflettuto sulla presenza del quadro nel quadro, con il fianco chiaro della tela a segnare, idealmente, un limite tra la rappresentazione della realtà e la realtà rappresentata, un confine visibile. Ci siamo interrogati su questa dinamica e su questa dialettica, senza negare la possibilità che, oltre la bellezza della scena, potesse nascondersi qualcosa di terribile o misterioso. Siamo arrivati a chiederci che cosa avremmo scoperto se avessimo avuto la possibilità di scivolare nella Condizione umana e, come in un gioco di specchi, spostare la tela, per guardare, oltre il quadro, nel riquadro della finestra. Sempre che di una finestra si trattasse, e non di un trompe-l’oeil, come è stato suggerito nella nostra chat… 

All’insegna della scoperta, abbiamo guardato per due volte, con attenzione, un minuto e mezzo da La grande bellezza, il film di Paolo Sorrentino del 2013. In particolare, ci siamo concentrati sulla scena in cui l’attore Toni Servillo, che interpreta Jep Gambardella, racconta fuori campo:

«La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni, è che non posso più perdere tempo a fare le cose che non mi va di fare. Quando sono arrivato a Roma, a ventisei anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che si potrebbe definire “il vortice della mondanità”. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani, e ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire». 

Le prime sette parole di questo monologo fuori campo sono servite da stimolo per l’esercizio di scrittura, che aveva, per l’appunto, come titolo: «La più consistente scoperta che ho fatto». 

Con la stessa concisione di La grande bellezza, con lo stesso passo filosofico ma anche con un pizzico di ironia, non senza metafore visive e artistiche, abbiamo condiviso alcuni testi sulle più consistenti scoperte che abbiamo fatto. 

Abbiamo concluso tirando le fila sull’esperienza della Medicina narrativa, alla luce della «scoperta», per l’appunto, che ne ha fatto una nuova partecipante, e ci siamo dati appuntamenti al prossimo laboratorio, che si svolgerà il primo sabato di dicembre.  

Chiunque abbia partecipato, può condividere il proprio scritto alla fine della pagina (“Leave a Reply”). Attraverso questo forum speriamo di creare uno spazio per continuare la nostra conversazione!

Stiamo raccogliendo impressioni e breve feedback sui nostri laboratori di medicina narrativa su Zoom!

Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi! 


“La condition humaine” (La condizione umana), René Magritte (1933)

“La grande belleza,” Paolo Sorrentino (2013)


Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 3 ottobre dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuti con noi!

Abbiamo letto insieme estratti da Questa libertà di Pierluigi Cappello, che trovate alla fine. 

Poi, abbiamo scritto ispirati dallo stimolo: “Descrivi la muraglia che ti accompagna”.

Al più presto, condivideremo un breve riassunto della sessione. Vi invitiamo a visitare di nuovo questa pagina nei prossimi giorni.

Se avete partecipato al laboratorio, potete condividere i vostri scritti alla fine della pagina (“Leave a Reply”). Attraverso questo forum speriamo di creare uno spazio per continuare la nostra conversazione!

Stiamo raccogliendo impressioni e breve feedback sui nostri laboratori di medicina narrativa su Zoom!

Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi! 


(Pierluigi Cappello, Questa libertà, 2013)

Si era affacciato il sole dopo che durante la mattinata era piovuto, ora tutto accecava nel riflesso della luce sulle cose ancora bagnate. Tra un lembo di nuvola e l’altro si apriva un azzurro che pareva appena battuto dal conio della creazione. In basso c’era una strada con un paio di utilitarie parcheggiate all’ombra di un muro che si levava altissimo, superava il mio sguardo. In cima graffiavano l’aria, con i loro segni neri, dei ferri ritorti in mezzo ai quali, battuti dal sole, dei cocci di bottiglia brillavano come diamanti nell’azzurro immacolato di quel pezzo di cielo.

Sentire con triste meraviglia / come tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. I quattro versi non uscirono zampillanti, lucidi e di un colpo solo, così come li riporto adesso sulla pagina: affiorarono un poco per volta. Dalla nebbia, come il profilo di un’isola misteriosa.  Solo l’ultimo risalì la memoria tutto intero, il resto si agganciò a parole forti come “meraviglia”, “travaglio”, “seguitare”, finché la catena di suoni si ricompose, proveniente da chissà quale pomeriggio trascorso in sala studio quando ero in collegio.

Così il muro, che seppi poi cingere un magazzino dei Monopoli di Stato, fece irruzione nella poesia di Montale, dando concretezza a quei versi che, a loro volta, ne illuminavano la superficie bruta in cemento armato, i ferri dentro la pancia del cielo, i cocci di bottiglia battuti dalla luce. E l’impressione che quelle parole fossero state scritte proprio per me, rompendo la solitudine di quel preciso momento in cui venni tentato dall’appoggiare la fronte sul vetro, diventò il sangue e l’ossigeno che attraversavano la mia carne, lasciandomi l’idea che, in qualche caso, il dolore può essere compreso. Che il dolore può essere portato dentro intatto e inoffensivo, come un proiettile che si è fermato accanto al cuore e che nessun chirurgo è stato capace di estrarre. Tutto qui, se hai la fortuna che le parole ti vengano incontro e che, nella comprensione, sciolgano il nodo del male in una forma di desolata serenità che ti accompagna per il resto della vita. (…)

Da quel giorno la muraglia venne con me fino al momento delle dimissioni, mi seguì mentre andavo in palestra, dove l’obiettivo non era più di limare di un decimo di secondo il mio tempo sui cento metri, ma fare male le cose che prima facevo con naturalezza: stava accanto a me quando andavo al bar dell’ospedale; era lì nel momento in cui i miei genitori capirono che non ci sarebbero stati né stampelle né bastoni a sorreggermi. Mi accompagnò ogni giorno di quei giorni e di quei mesi, la muraglia, mettendomi dentro la consapevolezza che ognuno di noi porta in sé un limite che è anche una soglia. Delle colonne d’Ercole che rappresentano l’invito a essere superate.

Sono entrato in pronto soccorso la sera del dieci settembre 1983. Sono uscito dall’istituto di riabilitazione nella mattinata del sedici marzo del 1985. Sono date che si possono scrivere anche così: 10/09/1983 – 16/03/1985, con il trattino in mezzo. E benché inizio e fine abbiano importanza, è quel trattino teso fra loro come una fune che riempie di senso l’una e l’altra e, illuminando, avvicina le due sponde. Come un funambolo, quella fune mi sono impegnato a percorrerla tutta, cercando di rimanere in equilibrio tra soprassalti e incertezze e, soprattutto, evitando di farmi sbilanciare dalla paura di un baratro spalancato sotto i miei piedi. (…) Dentro quel trattino fra due date posso metterci poche certezze. (…) Ma ciò che è rimasto in piedi e che ha rappresentato la linea continua tra la vita di prima e la vita di dopo, è stata la letteratura. Anzi, la passione si è liberata dal peso delle regole del branco. Ridotta a una vita clandestina durante gli anni di collegio e di studio, ora bruciava più che mai. Mostrava i segni del suo divampare nell’affollato strepito di libri e riviste che ormai ingombrava per intero il lungo davanzale della finestra e della mia parte di armadietto. Non mi accontentavo più di utilizzare i libri come un mezzo di trasporto per andare via lontano, ora volevo catturarne e trattenerne la polpa via (…)

Il sedici marzo del 1985 avevo paura. Custodito dal ventre tiepido dell’ospedale, avrei voluto rimanere lì, nella mia camera, a fare il monaco amanuense. Mi sarei accontentato di poco, qualche libro, qualche quaderno, una biro. Sarei stato un prigioniero intorpidito e felice. Mentre aspettavo mio padre, guardai il lungo davanzale vuoto, il letto ancora sfatto che era stato la mia isola di Circe. Le sue pieghe, nascondendomelo, mi avevano nascosto al mondo. All’arrivo di mio padre ero sul punto di piangere. (…)

Quando Cortez sbarcò sulle coste del Messico, fece bruciare le navi. Con quel gesto intendeva spingere dentro la polpa di un mondo sconosciuto il coraggio dei suoi archibugieri. Innervato dalla disperazione, quel coraggio sarebbe diventato ferocia e quella ferocia avrebbe abbattuto un impero. Nel momento in cui mio padre prese la borsa da viaggio, io, senza la ferocia di Cortez, con una spinta decisa alla carrozzina, lasciai bruciare le mie caravelle alle spalle. Davanti la porta automatica si spalancò su un continente ignoto.


Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 5 settembre dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuti con noi!

Abbiamo letto insieme la poesia I pastori di Gabriele D’Annunzio, il cui testo trovate alla fine. In molti hanno osservato come, all’inizio di Settembre, ognuno di noi si trova in un momento di transizione, all’inizio di un viaggio – per alcuni il viaggio è verso l’autunno, per altri verso l’inizio di un nuovo anno scolastico diverso, per altri ritorno al lavoro in tempi di incertezza e cambiamenti. L’immagine della della transumanza ha accompagnato il nostro close reading, immaginando i pastori abruzzesi che lasciano i pascoli montani e si spostano verso il sud per trovare un inverno più mite. Nel parlare del “rito antico” che ci ricorda di tempi passati, abbiamo riflettuto su cosa ci portiamo con noi in ogni nuovo viaggio. In questo caso, i pastori hanno con sé quasi niente, ma almeno “hanno bevuto profondamente ai fonti”. I nostri partecipanti hanno notato come settembre è un periodo di grande cambiamento dell’anno, il passaggio dall’estate all’autunno, durante il quale risuona la nostalgia per la natura e la malinconia della fine delle vacanze. Alcuni partecipanti hanno proposto la domanda, “chi sono i pastori di oggi?”, e hanno parlato di come i pastori di oggi sono i migranti, sia im-migrati ed e-migrati, che si spostano da una terra verso all’altra alla ricerca di lavoro, vita e pace. Un partecipante ha notato come il migrare non è soltanto un tempo per i migranti: tutti noi abbiamo “un tempo di migrazione”. E per di più, la migrazione non è soltanto un spostamento fisico, ma può essere anche una trasformazione metafisica, in cui si confronta con quello che si ha davanti per poi comprendere che cosa si vuole lasciare andare e a che cosa si vuole tornare. Nel leggere il testo di oggi abbiamo anche riflettuto sul modo in cui esperienze e conoscenze passate colorano letture presenti. Invece di metterle abbiamo deciso di onorare e riconoscere le nostre emozioni (“nelle professioni d’aiuto questo andrebbe valorizzato di più”, ha osservato un partecipante. “Ci viene spesso chiesto di sospendere il personale”, anche quando inevitabilmente ci portiamo ricordi ed esperienze passate in ogni nuovo incontro con ogni paziente).

Poi abbiamo scritto ispirati dallo stimolo: “Settembre, andiamo…(continua tu)”. I nostri partecipanti hanno introdotto nuove varianti ispirate dalla poesia: nuovi ritmi, ripetizioni, uso di imperativi e domande nei loro scritti. Hanno evidenziato i contrasti tra il mettersi in viaggio o restare fermi, tra lo spostamento o la staticità. Un partecipante ha descritto la tenerezza del vento di settembre, delle nuvole morbide, della “natura che ci accompagna e che ci solleva”. Altri hanno parlato dell’energia spirituale che viene ogni anno con il mese di settembre, e dei sensi che usiamo per vivere e sperimentare i cambiamenti dell’autunno: “il sole che scalda ma non brucia”, la dolcezza dell’aria, i colori vivaci delle foglie. Nell’ascoltare i testi composti dagli altri partecipanti, abbiamo meditato anche sulla consapevolezza del momento presente e sulla bellezza del linguaggio. È state una sessione molto ricca di riflessioni e parole, di gratitudine per le opportunità di “so-stare” consapevolmente e di “andare senza dimenticare” .

Se avete partecipato al laboratorio, potete condividere i vostri scritti alla fine della pagina (“Leave a Reply”). Attraverso questo forum speriamo di creare uno spazio per continuare la nostra conversazione!

Stiamo raccogliendo impressioni e breve feedback sui nostri laboratori di medicina narrativa su Zoom!

Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi! 


I Pastori - Gabriele D’Annunzio
Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all'Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d'acqua natia
rimanga ne' cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d'avellano.
E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!
Ora lungh'esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutamento è l'aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.
Ah perché non son io cò miei pastori?

Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 1 agosto dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuti con noi!

Abbiamo esaminato insieme la fotografia “«MiRelLa»” di Fausto Podavini, che trovate alla fine della pagina. 

 Poi, abbiamo scritto al prompt: Specchio, specchio delle mie brame…”(continua tu)

Al più presto, condivideremo ulteriori dettagli della sessione. Vi invitiamo a visitare di nuovo questa pagina nei prossimi giorni.

Se avete partecipato al laboratorio, potete condividere i vostri scritti alla fine della pagina (“Leave a Reply”). Attraverso questo forum speriamo di creare uno spazio per continuare la nostra conversazione! 

Stiamo raccogliendo impressioni e breve feedback sui nostri laboratori di medicina narrativa su Zoom!

Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi! 


Fausto Podavini, «MiRelLa», Roma, 2008-2012, in “rivista per le Medical Humanities”, gennaio-aprile 2015, n. 30, anno 9. p. 2, http://www.rivista-rmh.ch


Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 25 luglio dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuti con noi!

Abbiamo letto insieme la poesia “Monet rifiuta l’operazione” di Lisel Mueller, che trovate alla fine della pagina. Abbiamo analizzato anche i quadri di Monet della Cattedrale Rouen. Poi, abbiamo scritto al prompt: “Dipingi un mondo in flusso”.

Al più presto, condivideremo ulteriori dettagli della sessione. Vi invitiamo a visitare di nuovo questa pagina nei prossimi giorni.

Se avete partecipato al laboratorio, potete condividere i vostri scritti alla fine della pagina (“Leave a Reply”). Attraverso questo forum speriamo di creare uno spazio per continuare la nostra conversazione! 

Stiamo raccogliendo impressioni e breve feedback sui nostri laboratori di medicina narrativa su Zoom!

Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi! 


Monet Rifiuta L’Operazione - Lisel Mueller
Dottore, lei dice che non ci sono aloni
intorno ai lampioni di Parigi
e quel che vedo è un’aberrazione
causata dalla tarda età, una malattia.
Le dico che mi ci è voluta tutta la vita
per arrivare a vedere i lampioni come angeli,
per ammorbidire e sfuocare e infine eliminare
i contorni che a lei dispiace che io non scorga,
per imparare che la linea che chiamavo orizzonte
e il cielo e l’acqua,
cosi divisi, sono della stessa sostanza.
54 anni fa io potevo vedere
che la cattedrale di Rouen è stata costruita
con raggi paralleli
e ora lei vuole correggere
i miei errori giovanili: nozioni
rigide di alto e basso,
l’illusione di uno spazio tridimensionale,
il ponte separato dal glicine che lo ricopre.
Cosa posso dire per convincerla
che il palazzo del Parlamento si dissolve
notte dopo notte fino a diventare
il sogno fluido del Tamigi?
Non tornerò in un universo
di oggetti che non si compenetrano tra loro
come se le isole non fossero i bambini perduti
di un unico grande continente. Il mondo
è flusso, e tutto diventa luce,
diventa acqua, gigli sull’acqua,
sopra e sotto l’acqua,
diventa  luci color lilla, malva e giallo
bianco e azzurro,
piccoli pugni che si passano l’uno all’altro la luce del sole
così velocemente
che ci vorrebbero sete lunghe e fluenti
nel mio pennello per catturarle.
Dipingere la velocità della luce.
Le nostre sagome appesantite, linee verticali,
si incendiano mescolandosi con l’aria
fino a trasformare in gas le nostre ossa, la nostra pelle, gli abiti.
Dottore
se solo lei potesse vedere
come il cielo attira la terra tra le sue braccia
e come il cuore si espande all’infinito
per rendere questo mondo vapore blu senza fine.

Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 18 luglio dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi qui con noi!

Abbiamo letto insieme la poesia “Ex Voto” di Eugenio Montale (allegato al termine di questa pagina)  

In seguito, abbiamo usato il prompt “Era o non era…”.

Condivideremo ulteriori dettagli della sessione nei prossimi giorni; vi invitiamo a rivisitare questa pagina nei prossimi giorni!

Invitiamo i partecipanti del laboratorio a condividere i propri scritti nella parte “blog” dedicata alla fine della presente pagina (“Leave a Reply”). Speriamo di creare, attraverso questo forum di condivisione, uno spazio in cui continuare la nostra conversazione!

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Ex voto
 
Eugenio Montale, “Satura”, 1971
 
Accade
che le affinità d’anima non giungano
ai gesti e alle parole ma rimangano
effuse come un magnetismo. È raro
ma accade.

Può darsi
che sia vera soltanto la lontananza,
vero l’oblio, vera la foglia secca
più del fresco germoglio. Tanto e altro
può darsi o dirsi.

Comprendo
la tua caparbia volontà di essere sempre assente
perché solo così si manifesta
la tua magia. Innumeri le astuzie
che intendo.

Insisto
nel ricercarti nel fuscello e mai
nell’albero spiegato, mai nel pieno, sempre
nel vuoto: in quello che anche al trapano
resiste.

Era o non era
la volontà dei numi che presidiano
il tuo lontano focolare, strani
multiformi multanimi animali domestici;
fors’era così come mi pareva
o non era.

Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l’innocenza è una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.

Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 11 luglio dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuti con noi!

Abbiamo letto insieme la fiaba Rosaspina dei fratelli Grimm, una rielaborazione più breve di La bella addormentata nel bosco di Charles Perrault. I partecipanti sono rimasti colpiti dalla possibilità di mettere in connessione un testo così fantasioso con la realtà della cura. Abbiamo parlato del tempo, dell’attesa, del coraggio, della speranza, del sogno. Qualcuno ha fatto notare la dimensione perturbante delle fiabe, che ci colpiscono fin da bambini ma vengono rielaborate in modo diverso nell’età adulta. Altri hanno interpretato il sonno e il risveglio come una metafora dello spirito che entra in una fase dormiente per poi accedere a una nuova consapevolezza. Abbiamo anche riflettuto sull’idea di “lieto fine”. 

Poi, abbiamo scritto ispirati dalla frase: “C’era una volta…”. Alla luce dei testi, abbiamo riflettuto sugli elementi dello spazio, del corpo e del tempo, ma anche sulla tripartizione dell’io nella scrittura autobiografica e in particolare diaristica, dove le figure del narratore, del protagonista e del primo lettore si sovrappongono. Si è dunque parlato della scrittura come strumento umano per soffermarsi e interpretare il mondo che ci circonda. Sono emersi i temi dell’assenza e della presenza, e qualcuno è rimasto colpito dalla magia di sentire gli altri partecipanti che leggevano ad alta voce il proprio testo.

Invitiamo i partecipanti del laboratorio a condividere i propri scritti nella parte “blog” dedicata alla fine della presente pagina (“Leave a Reply”). Speriamo di creare, attraverso questo forum di condivisione, uno spazio in cui continuare la nostra conversazione!

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Rosaspina dei Fratelli Grimm

C’erano una volta un re e una regina che ogni giorno dicevano: “Ah, se avessimo un bambino!”. Ma il bambino non veniva mai. Un giorno, mentre la regina faceva il bagno, ecco che un gambero saltò fuori dall’acqua e le disse: “Il tuo desiderio sarà esaudito: darai alla luce una bambina”.

La profezia del gambero si avverò e la regina partorì una bimba così bella che il re non stava più nella pelle dalla gioia e ordinò una gran festa. Non invitò soltanto i suoi parenti, amici e conoscenti, ma anche le fate, perché fossero benevole e propizie alla neonata. Nel suo regno ve n’erano tredici, ma siccome egli possedeva soltanto dodici piatti d’oro per il pranzo, dovette rinunciare a invitarne una.

Dopo la festa, le fate diedero alla bimba i loro doni meravigliosi: la prima le donò la virtù, la seconda la bellezza, la terza la ricchezza, e così via (…). Dieci fate avevano già formulato il loro auspicio, quando giunse la tredicesima che voleva vendicarsi perché non era stata invitata. Ella disse ad alta voce: “A quindici anni, la principessa si pungerà con un fuso e cadrà a terra morta”. Allora si fece avanti la dodicesima, che doveva ancora formulare il suo voto; certo non poteva annullare la spietata sentenza, ma poteva attenuarla e disse: “La principessa non morirà, ma cadrà in un sonno profondo che durerà cento anni”.

Il re, sperando di poter preservare la sua bambina da quella grave disgrazia, ordinò che tutti i fusi del regno fossero bruciati. Frattanto, si adempirono i voti delle fate: la fanciulla era così bella, virtuosa, gentile e intelligente, che non si poteva guardarla senza volerle bene. Ora avvenne che, proprio il giorno in cui compì quindici anni, il re e la regina fossero fuori ed ella rimanesse sola nel castello. Girò dappertutto, visitò ogni stanza e giunse infine a una vecchia torre (…): in una piccola stanzetta c’era una vecchia con un fuso che filava con solerzia il suo lino.

“Oh, nonnina (…) Come gira quest’aggeggio!”, esclamò la fanciulla, e prese in mano il filo per filare anche lei. Ma non appena lo toccò, si compì l’incantesimo ed ella si punse un dito. Come sentì la puntura, cadde a terra in un sonno profondo. E il re e la regina, che stavano rincasando, si addormentarono anch’essi con tutta la corte. I cavalli si addormentarono nelle stalle, i cani nel cortile, le colombe sul tetto, le mosche sulla parete; persino il fuoco che fiammeggiava nel camino si smorzò e si assopì (…). Tutto ciò che aveva parvenza di vita, tacque e dormì.

Intorno al castello crebbe una siepe di fitte spine, che ogni anno diventava sempre più alta, finché arrivò a cingerlo completamente e a ricoprirlo tutto. (…) Nel paese si diffuse la leggenda di Rosaspina, la bella addormentata, come veniva chiamata la principessa; e ogni tanto veniva qualche principe che si avventurava attraverso il roveto tentando di raggiungere il castello. Ma non riuscivano a penetrarvi perché‚ le spine li trattenevano come se si fosse trattato di mani, ed essi si impigliavano e morivano miseramente.

Dopo molti, molti anni, giunse nel paese un altro principe; un vecchio gli parlò dello spineto che circondava un castello nel quale una meravigliosa principessa di nome Rosaspina dormiva con tutta la corte. (…) Molti principi avevano tentato di penetrare fra le spine ma vi erano rimasti imprigionati ed erano miseramente periti. Allora il giovane disse: “Io non ho timore: attraverserò i rovi e vedrò la bella Rosaspina”. Il vecchio cercò di dissuaderlo in tutti i modi, ma egli non gli diede retta.

Ora, proprio il giorno in cui il principe tentò l’impresa erano trascorsi cento anni. Quando si avvicinò al roveto, non trovò che fiori bellissimi che si scostarono spontaneamente al suo passaggio, ricongiungendosi alle sue spalle, sicché‚ egli passò illeso. Giunto nel cortile del castello, vide cavalli e cani da caccia pezzati che dormivano, distesi a terra; sul tetto erano posate le colombe con le testine sotto l’ala. Quando entrò, le mosche dormivano sulla parete (…) mentre la serva sedeva davanti al pollo nero che doveva spennare. Egli andò oltre e vide dormire tutta la corte e in alto, sul trono, dormivano il re e la regina. Proseguì ancora e il silenzio era tale che egli udiva il proprio respiro. Finalmente giunse alla torre e aprì la porta della cameretta in cui dormiva Rosaspina. Giaceva là, ed era così bella che egli non riusciva a distoglierne lo sguardo. Si chinò e le diede un bacio.

Come l’ebbe baciata, Rosaspina aprì gli occhi, si svegliò e lo guardò ridente. Allora scesero insieme, e anche il re, la regina e l’intera corte si svegliarono, e tutti si guardarono stupiti. I cavalli in cortile si alzarono e si scrollarono; i cani da caccia saltarono su scodinzolando; le colombe sul tetto levarono la testina da sotto l’ala, si guardarono intorno e volarono nei campi; le mosche ripresero a muoversi sulle pareti; il fuoco in cucina si ravvivò, si mise ad ardere e continuò a cuocere il pranzo (…); e la serva finì di spennare il pollo.

Poi furono celebrate con gran fasto le nozze del principe e di Rosaspina, che vissero felici fino alla morte.


Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 4 luglio dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi qui con noi!

Abbiamo letto insieme il testo “Con gli occhi del nemico” di David Grossman (allegato al termine di questa pagina)  

In seguito, abbiamo usato il prompt “Caro nemico, ti scrivo…”

Condivideremo ulteriori dettagli della sessione nei prossimi giorni; vi invitiamo a rivisitare questa pagina nei prossimi giorni!

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David Grossman, Con gli occhi del nemico. Raccontare la pace in un paese di guerra. Mondadori, 2007 pagg 40-45, estratti.

“Nel momento in cui uno scrive” dice Natalia Ginzburg  “è miracolosamente spinto a ignorare le circostanze presenti della sua propria vita. Certo è così. Ma l’essere felici o infelici si porta a scrivere in un modo o nell’altro. Quando siamo felici la fantasia ha più forza; quando siamo infelici, agisce allora più vivacemente la nostra memoria”. Si fa fatica a parlare di se stessi. Dirò allora quello che posso in questo momento, nella condizione in cui mi trovo.

Io scrivo. La sciagura che mi è capitata, la morte di mio figlio Uri durante la seconda guerra del Libano, permea ogni momento della mia esistenza. La forza della memoria è in effetti smisurata, enorme. A tratti possiede qualità paralizzanti. Eppure l’atto stesso di scrivere crea per me, ora, una specie di “luogo”. Uno spazio emotivo che non avevo mai conosciuto prima, in cui la morte non è solo la contrapposizione totale, categorica, della vita. (…)

Io scrivo. Il mondo non mi si chiude addosso, non diventa più angusto. Mi si apre davanti, verso un futuro, verso altre possibilità. Io immagino. L’atto stesso di immaginare mi ridà vita. Non sono pietrificato, paralizzato dinanzi alla follia. Creo personaggi. Talora ho l’impressione di estrarli dal ghiaccio in cui li ha imprigionati la realtà. Ma forse, più di tutto, sto estraendo me stesso da quel ghiaccio. (…)

Io scrivo. E mi rendo conto di come un uso appropriato e preciso delle parole sia talora una sorta di medicina che cura una malattia. Uno strumento per purificare l’aria che respiro dalle prevaricazioni e dalle manipolazioni dei malfattori della lingua, dai suoi vari stupratori.  (…)

Io scrivo. Mi libero da una delle vocazioni ambigue e caratteristiche dello stato di guerra in cui vivo, quella di essere un nemico, solo ed esclusivamente un nemico. Io scrivo, e mi sforzo di non proteggere me stesso dalle sofferenze del nemico, dalle sue ragioni, dalla tragicità e dalla complessità della sua vita, dai suoi errori, dai suoi crimini. E nemmeno dalla consapevolezza di quello che io faccio a lui, né dai sorprendenti tratti di somiglianza che scopro tra lui  e me.

Io scrivo. Ad un tratto non sono più condannato a una dicotomia totale, fasulla e soffocante: la scelta brutale tra essere “vittima o aggressore”, senza che mi sia concessa una terza possibilità, più umana. Quando scrivo riesco ad essere un uomo nel senso pieno del termine, un uomo che si sposta con naturalezza tra le varie parti di cui è composto, che ha momenti in cui si sente vicino alla sofferenza e alle ragioni dei suoi nemici senza rinunciare minimamente alla propria identità.(…)

E scrivo anche ciò che non potrà mai più essere, per cui non c’è consolazione. E anche allora, in un modo che ancora non so spiegare, le circostanze della mia vita non mi si chiudono addosso, non mi paralizzano. Più volte al giorno, seduto alla mia scrivania, tocco con mano il dolore, la perdita, come si tocca un filo della corrente a mani nude. E non muoio. Non capisco come questo accada. (…)

E scrivo della vita del mio paese, Israele. Un paese tormentato, intossicato da troppa storia, da sentimenti esasperati che non possono essere umanamente contenuti, da troppi eventi e tragedie, da ansie parossistiche, da una lucidità paralizzante, da un eccesso di memorie, da speranze deluse, dalle circostanze di un destino unico nel suo genere tra tutti i popoli del mondo, da un’esistenza che a volte appare mitica, al punto che sembra che qualcosa sia andato storto nei suoi rapporti con la vita e con la possibilità che noi, Israeliani, potremmo un giorno condurre un’esistenza regolare, normale, come un popolo tra gli altri popoli, uno Stato tra gli altri Stati.

Noi scrittori conosciamo momenti di sconforto  e di scarsa autostima (…). Il nostro lavoro ci porta ripetutamente a essere consapevoli dei nostri limiti, sia come uomini che come artisti. Eppure è questa la cosa meravigliosa, l’alchimia che si crea in ciò che facciamo: in un certo senso, nel momento in cui prendiamo in mano la penna, o la tastiera del computer, non siamo più vittime impotenti di tutto ciò che ci asserviva, o ci sminuiva, prima che cominciassimo a scrivere. Noi scriviamo, siamo molto fortunati. Il mondo non ci si chiude intorno, non diventa più angusto.


Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 27 giugno dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuti con noi!

Abbiamo cominciato il laboratorio osservando il quadro di Pablo Picasso Joie di Vivre (1946), che trovate in fondo alla pagina. Alcuni elementi ci hanno comunicato gioia, come la presenza della musica e della danza, e la diversità dei colori. L’uso dell’azzurro ha suggerito serenità e tranquillità, ma anche vitalità. Qualche partecipante ha attribuito al quadro il senso di una scoperta, con la barca a vela in fondo che richiama l’idea del viaggio. Altri hanno parlato della ricchezza dell’immagine: pur essendo immobile e bidimensionale, è capace di creare un senso di profondità e di movimento grazie alla collaborazione di chi osserva. 

Poi, abbiamo letto alcuni frammenti, più o meno brevi, tratti da Momenti di trascurabile felicità (2010) di Francesco Piccolo. Trovate anche questi brani in fondo alla pagina. Abbiamo meditato sulla felicità delle piccole cose e sull’importanza dei dettagli, anche in relazione al quadro di Picasso. Qualcuno ha sottolineato il bisogno di notare ed apprezzare tali momenti, godendo della semplicità ed esercitando l’attenzione. Altri hanno riflettuto sull’ascolto delle emozioni, sulla relazione con la realtà che ci circonda, e sul significato della cura. 

In seguito, abbiamo scritto ispirati dallo stimolo: “Racconta un momento di trascurabile felicità”. Abbiamo parlato dell’ironia nell’uso dell’aggettivo “trascurabile” e dell’ossimoro nell’espressione “trascurabile felicità”. Qualcuno ha messo in rilievo che “trascurabile” contiene il sostantivo “cura”, riflettendo su quanto le felicità apparentemente trascurabili possano in realtà rappresentare momenti di cura.

Invitiamo i partecipanti del laboratorio a condividere i propri scritti nella parte “blog” dedicata alla fine della presente pagina (“Leave a Reply”). Speriamo di creare, attraverso questo forum di condivisione, uno spazio in cui continuare la nostra conversazione!


Joie de Vivre, Pablo Picasso (1946)

Alcune intelligenze per le piccole cose, come il guidatore dell’auto alle tue spalle quando capisce subito che devi parcheggiare e quindi fare retromarcia. E lui si ferma a qualche metro di distanza e aspetta senza avanzare.

L’acqua quando hai sete, il letto quando hai sonno.

Quando chiacchiero con un amico passeggiando, continuiamo a camminare soltanto se la conversazione è del tutto frivola, trascurabile, ma se ci accendiamo, se stiamo per dire una cosa più seria, più importante, in quel momento smettiamo di camminare, allunghiamo la mano verso il braccio dell’altro e ci fermiamo, e per tutto il tempo che la discussione è seria, stiamo lì piantati, e le mani gesticolano, si muovono, non stanno affatto in tasca o dietro la schiena. Soltanto dopo la risoluzione, uno dei due riprende il cammino, seguito dall’altro, e rinfila le mani in tasca.

Le coppie che stanno insieme da tanto tempo e che giocano a carte in silenzio, la sera.

Quelli che ti danno un passaggio, e non ti lasciano da qualche parte: all’angolo; vicino alla metro; alla fermata dei taxi. Ma ti accompagnano fino a casa.

E poi quando uno si fa male, tutti chiedono «come ti sei fatto male?»

Incontrare dopo tanto tempo una persona con cui hai litigato. Quando la vedi, ti ricordi soltanto che hai litigato, ma non ti ricordi più perché. E nemmeno lei si ricorda. Ti avvicini per chiacchierare, e chiacchierate, perché quella inimicizia non la potete sentire più.

In generale, tutti quelli che si preoccupano per me o si occupano di me.

Francesco Piccolo, “Momenti di trascurabile felicità,” Einaudi (2014)