Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 3 ottobre dalle 16 alle 17.30

Siamo stati molto lieti di avervi avuti con noi!

Abbiamo letto insieme estratti da Questa libertà di Pierluigi Cappello, che trovate alla fine. 

Poi, abbiamo scritto ispirati dallo stimolo: “Descrivi la muraglia che ti accompagna”.

Al più presto, condivideremo un breve riassunto della sessione. Vi invitiamo a visitare di nuovo questa pagina nei prossimi giorni.

Se avete partecipato al laboratorio, potete condividere i vostri scritti alla fine della pagina (“Leave a Reply”). Attraverso questo forum speriamo di creare uno spazio per continuare la nostra conversazione!

Stiamo raccogliendo impressioni e breve feedback sui nostri laboratori di medicina narrativa su Zoom!

Questo breve questionario (anonimo, e aperto a chiunque abbia frequentato almeno un laboratorio) è molto importante per noi, e ci permetterà di elaborare sul valore dei nostri laboratori e sul ruolo dello spazio per riflettere e metabolizzare il momento presente. Vi preghiamo quindi di condividere le nostre riflessioni con noi! 


(Pierluigi Cappello, Questa libertà, 2013)

Si era affacciato il sole dopo che durante la mattinata era piovuto, ora tutto accecava nel riflesso della luce sulle cose ancora bagnate. Tra un lembo di nuvola e l’altro si apriva un azzurro che pareva appena battuto dal conio della creazione. In basso c’era una strada con un paio di utilitarie parcheggiate all’ombra di un muro che si levava altissimo, superava il mio sguardo. In cima graffiavano l’aria, con i loro segni neri, dei ferri ritorti in mezzo ai quali, battuti dal sole, dei cocci di bottiglia brillavano come diamanti nell’azzurro immacolato di quel pezzo di cielo.

Sentire con triste meraviglia / come tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. I quattro versi non uscirono zampillanti, lucidi e di un colpo solo, così come li riporto adesso sulla pagina: affiorarono un poco per volta. Dalla nebbia, come il profilo di un’isola misteriosa.  Solo l’ultimo risalì la memoria tutto intero, il resto si agganciò a parole forti come “meraviglia”, “travaglio”, “seguitare”, finché la catena di suoni si ricompose, proveniente da chissà quale pomeriggio trascorso in sala studio quando ero in collegio.

Così il muro, che seppi poi cingere un magazzino dei Monopoli di Stato, fece irruzione nella poesia di Montale, dando concretezza a quei versi che, a loro volta, ne illuminavano la superficie bruta in cemento armato, i ferri dentro la pancia del cielo, i cocci di bottiglia battuti dalla luce. E l’impressione che quelle parole fossero state scritte proprio per me, rompendo la solitudine di quel preciso momento in cui venni tentato dall’appoggiare la fronte sul vetro, diventò il sangue e l’ossigeno che attraversavano la mia carne, lasciandomi l’idea che, in qualche caso, il dolore può essere compreso. Che il dolore può essere portato dentro intatto e inoffensivo, come un proiettile che si è fermato accanto al cuore e che nessun chirurgo è stato capace di estrarre. Tutto qui, se hai la fortuna che le parole ti vengano incontro e che, nella comprensione, sciolgano il nodo del male in una forma di desolata serenità che ti accompagna per il resto della vita. (…)

Da quel giorno la muraglia venne con me fino al momento delle dimissioni, mi seguì mentre andavo in palestra, dove l’obiettivo non era più di limare di un decimo di secondo il mio tempo sui cento metri, ma fare male le cose che prima facevo con naturalezza: stava accanto a me quando andavo al bar dell’ospedale; era lì nel momento in cui i miei genitori capirono che non ci sarebbero stati né stampelle né bastoni a sorreggermi. Mi accompagnò ogni giorno di quei giorni e di quei mesi, la muraglia, mettendomi dentro la consapevolezza che ognuno di noi porta in sé un limite che è anche una soglia. Delle colonne d’Ercole che rappresentano l’invito a essere superate.

Sono entrato in pronto soccorso la sera del dieci settembre 1983. Sono uscito dall’istituto di riabilitazione nella mattinata del sedici marzo del 1985. Sono date che si possono scrivere anche così: 10/09/1983 – 16/03/1985, con il trattino in mezzo. E benché inizio e fine abbiano importanza, è quel trattino teso fra loro come una fune che riempie di senso l’una e l’altra e, illuminando, avvicina le due sponde. Come un funambolo, quella fune mi sono impegnato a percorrerla tutta, cercando di rimanere in equilibrio tra soprassalti e incertezze e, soprattutto, evitando di farmi sbilanciare dalla paura di un baratro spalancato sotto i miei piedi. (…) Dentro quel trattino fra due date posso metterci poche certezze. (…) Ma ciò che è rimasto in piedi e che ha rappresentato la linea continua tra la vita di prima e la vita di dopo, è stata la letteratura. Anzi, la passione si è liberata dal peso delle regole del branco. Ridotta a una vita clandestina durante gli anni di collegio e di studio, ora bruciava più che mai. Mostrava i segni del suo divampare nell’affollato strepito di libri e riviste che ormai ingombrava per intero il lungo davanzale della finestra e della mia parte di armadietto. Non mi accontentavo più di utilizzare i libri come un mezzo di trasporto per andare via lontano, ora volevo catturarne e trattenerne la polpa via (…)

Il sedici marzo del 1985 avevo paura. Custodito dal ventre tiepido dell’ospedale, avrei voluto rimanere lì, nella mia camera, a fare il monaco amanuense. Mi sarei accontentato di poco, qualche libro, qualche quaderno, una biro. Sarei stato un prigioniero intorpidito e felice. Mentre aspettavo mio padre, guardai il lungo davanzale vuoto, il letto ancora sfatto che era stato la mia isola di Circe. Le sue pieghe, nascondendomelo, mi avevano nascosto al mondo. All’arrivo di mio padre ero sul punto di piangere. (…)

Quando Cortez sbarcò sulle coste del Messico, fece bruciare le navi. Con quel gesto intendeva spingere dentro la polpa di un mondo sconosciuto il coraggio dei suoi archibugieri. Innervato dalla disperazione, quel coraggio sarebbe diventato ferocia e quella ferocia avrebbe abbattuto un impero. Nel momento in cui mio padre prese la borsa da viaggio, io, senza la ferocia di Cortez, con una spinta decisa alla carrozzina, lasciai bruciare le mie caravelle alle spalle. Davanti la porta automatica si spalancò su un continente ignoto.

4 thoughts on “Laboratori Di Medicina Narrativa: sabato 3 ottobre dalle 16 alle 17.30

  1. daniela scala

    Descrivi la muraglia che ti accompagna…
    E’ nella nebbia, compare e scompare all’orizzonte,
    d’un tratto si fa chiara,non è di mattoni ma è soffice bambagia.
    Che sia un sogno?
    Al tocco non è sgradevole
    con le gocce di pioggia si può modellare,
    tante volte quante sono le volte che piove,
    e poi quando torna il sole
    quest forme si colorano dei colori dell’arcobaleno.
    Dormo o son desta?

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  2. Mara

    La mia muraglia è alta, solida. Non riesco a vederne la sommità, eppure l’ho costruita io. Sono io che, giorno dopo giorno, ho poggiato ogni singolo mattone; l’ho cementato agli altri perché fosse solido e resistente. Non ho voluto pensare ad altro, trovare altre soluzioni. Per me era l’unico modo. E poi non ho potuto fare altro che starla a guardare, ripetendomi quanto fosse alta e solida e impenetrabile. Adesso però è diverso. Lei è ancora lí, immutata, e io sono ancora qui, piccola si suoi piedi, ma la guardo con occhi diversi. Ora ho capito che sono io che l’ho costruita; ora ho capito perché l’ho costruita; ma soprattutto ho capito che non avrei potuto farne a meno…

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  3. sabina

    O3 ottobre 2020
    La Muraglia che ti accompagna ….
    Non so perché, ma la vedo come illuminata da un sole estivo. Quella delle prime ore del pomeriggio ed è quasi abbagliante il suo bianco muro… non che ami questo mio camminargli a fianco. Mi richiama il limite, il CON – FINE: lo stare CON il FINE. Capisco che a tutto c’è un fine, quindi girato l’angolo, torno ad avere davanti il viale di platani e accanto il loro imponente divenire nella fragilità dei parassiti.
    Sabina
    P.s. un Graziee ai facilitatori ( privo di riferimenti ruffiani ma nutrito di sentita stima) per il vostro lavoro ..la vostra dedizione… per vostro esserci per noi.

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  4. Sono uscito, finalmente.
    Ed ho capito che la voglia di trovare naturalezza nel far male ciò che prima era spontaneo, era superiore alla paziente e conosciuta cronicità.

    Ho incontrato una persona che ha visto la possibilità.
    Un osteopata che, con un fare magico, ha maneggiato i miei tessuti ed accarezzato i miei pensieri.

    Mi ha chiesto COSA volessi fare ed io gli ho raccontato che semplicemente non volevo sentirmi sbagliato.

    OBIETTIVO: fare male le cose che prima facevo con naturalezza ma con ferma dignità.

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